L’uso del rame in agricoltura e i suoi rischi

verderame sulla vignaI prodotti chimici a base di rame vengono usati da molti anni in agricoltura per combattere le malattie fungine nelle piante. Essi sono costituiti di solito da solfati o ossicloruri di rame, che vanno ad interferire col metabolismo dei funghi, di fatto, annientandoli. Sono efficaci ad ampio spettro, ossia colpiscono indistintamente molti tipi di funghi.

Il rame è anche un micronutriente per le piante e, se assorbito in quantità troppo elevate, risulta tossico per i vegetali. Ecco perché i trattamenti a base di rame devono essere calibrati con la quantità minima efficace contro la malattia, in maniera per lo più preventiva.

Anche se si tratta di trattamenti consentiti dall’agricoltura biologica non sono esenti da controindicazioni, tanto che la Commissione Europea ha incluso i prodotti fitosanitari rameici tra le sostanze da sostituire, finanziando il programma di studio After-Cu allo scopo di trovare alternative valide.

Il fatto che il rame sia permesso dal metodo biologico può portare molti a pensare in buona fede che non comporti rischi per l’ambiente: si tratta di un mito da sfatare. Certamente le regole dell’agricoltura biologica garantiscono una maggior tutela ecologica rispetto all’agricoltura tradizionale, dove prodotti ben peggiori del rame sono permessi e utilizzati. Bisogna però prestare attenzione perché anche prodotti di origine naturale (minerale nel caso del rame) possono avere ricadute negative quando se ne abusa.

Premessa sul metodo

Uno scienziato passa giorni e notti intere della sua vita chino su di un libro, fino al punto di diventare miope. Quando qualcuno gli chiederà poi: “cosa hai studiato per tutta la vita”, risponderà: “cercavo un rimedio contro la miopia”.

Questa iperbole di Masanobu Fukuoka, padre dell’agricoltura naturale, ci mette in guardia dall’affidarci troppo alla scienza nello studio della natura e dell’agricoltura. Il rischio che corre chi si addentra troppo in un argomento è di perdersi nei dettagli, studiandoli molto accuratamente, ma perdendo la visione d’insieme. In questo modo l’agricoltura industriale ha trovato spesso soluzioni abbastanza immediate ai problemi, non tenendo conto di alcuni fattori, sviluppando così rimedi che a lungo termine risultano non essere efficaci. Inoltre bisogna sempre tener conto che, come in ogni settore economico, anche in agricoltura ci sono imprenditori che scelgono la strada del guadagno immediato, a discapito delle ricadute ambientali e di quello che succederà nel vicino futuro.

Questa premessa è applicabile all’agricoltura in generale, oggi andiamo ad approfondirne una: l’utilizzo del rame per contrastare le malattie fungine. Si tratta di un classico caso in cui spesso non si sta combattendo una malattia, ma bloccando un sintomo. La malattia non è della pianta, che sì, è infestata da un parassita, ma è la malattia di un ecosistema agricolo che presenta delle carenze. Può darsi che abbia carenze di biodiversità, di sostanza organica nel terreno, di capacità da parte delle piante di assorbire le sostanze, carenza di microrganismi del suolo. Le cause da questo punto di vista sono le più svariate. La cosa più importante è curare tutto l’ambiente agricolo, solo così la pianta che vogliamo crescere sarà sana. Più ci si allontana da questa visione più la scienza diventa miope.

Un po’ di storia

Il primo uso dei solfati di rame in agricoltura risale al 1761 quando si scoprì che immergere i semi in una debole soluzione di solfati di rame inibiva le malattie fungine trasportate dai semi stessi. Dagli inizi dell’Ottocento la lavorazione dei chicchi di cereali con solfati di rame e la successiva essiccazione con la calce divenne un pratica standard per evitare la formazione di muffe nella conservazione.

Il più grande passo avanti per i sali di rame fu senza dubbio nel 1880 quando lo scienziato francese Millardet, mentre cercava una cura nelle viti per la peronospora, notò casualmente che un impasto di solfati di rame, calce e acqua, usati per rendere poco appetibile l’uva ai passanti, rendeva le piante immuni dalla malattia. Questa fu la nascita della “poltiglia bordolese”, che prende il nome dal distretto francese di Bordeaux, ed è ancora oggi uno degli anticrittogamici più usati in agricoltura.

Effetti e Rischi

L’uso più efficace di questi prodotti è preventivo e a bassi dosaggi. Per esempio se ci troviamo alla fine del periodo invernale, è molto umido e l’anno passato c’è stata un’infestazione nel nostro frutteto o vigneto, è possibile spruzzare un po’ di prodotto sulle piante. In biodinamica è concesso l’uso dei prodotti rameici solo per colture perenni fino ad un massimo di 3 kg di rame metallo per ettaro all’anno, usando preferibilmente meno di 500 gr./ha per trattamento.

Spruzzare grandi quantità di prodotto ad infestazione già cominciata e durante il periodo vegetativo potrebbe portare più danni che benefici a lungo termine. In questo caso come abbiamo visto si può bloccare il sintomo, ma i solfati di rame finiranno su tutto l’ambiente circostante depositandosi al suolo. Andranno ad alterare l’ecosistema. Così importante per tutti i nostri raccolti. Potrebbero diminuire i rapporti di simbiosi fra gli apparati radicali delle piante e i microrganismi, determinando così una carenza nell’assorbimento delle sostanze nutritive. Colpendo i microrganismi anche la qualità della decomposizione della sostanza organica diminuirà e nel complesso avremo piante più deboli.

Il rischio che si corre è anche quello di favorire lo sviluppo di resistenze dei patogeni ai trattamenti, proprio come l’eccesso di antibiotici sul corpo umano.
La pressione ambientale che si attua sull’ecosistema con i trattamenti favorirà l’adattamento di quei microrganismi che presentano mutazioni favorevoli a resistere. Questo processo è già in atto: alcune malattie sono sempre più resistenti all’uso dei solfati di rame, soprattutto in ambiente vitivinicolo, dove l’uso di questi prodotti dura da 130 anni.

Pratiche agricole sconsiderate reagiscono alla maggiore resistenza dei patogeni con il maggiore uso di prodotti rameici, innescando un pericoloso vortice di degrado ambientale.

Riguardo allo sviluppo delle resistenze, un altro punto è stato sollevato dalla dottoressa Stefania Tegli, ricercatrice del Dipartimento di scienze delle produzioni agroalimentari e dell’ambiente dell’Università di Firenze: “Il rame determina un aumento allarmante, nella microflora degli agroecosistemi, della percentuale di batteri resistenti agli antibiotici, che finiscono col costituire una sorta di serbatoio di geni per l’antibiotico-resistenza. Questi geni sono presenti su elementi mobili del loro genoma, i plasmidi, che possono essere trasmessi con facilità anche ai batteri patogeni di uomo e animali, rendendoli così a loro volta resistenti agli antibiotici e vanificandone di fatto l’azione profilattica e terapeutica in medicina umana e veterinaria”.

Alternative all’uso del rame in agricoltura

Per la prevenzione alle malattie è necessario operare favorendo la ricchezza e la stabilità dell’ecosistema. Da questo punto di vista l’agricoltura biodinamica dà molti consigli utili. Nello specifico per ridurre le malattie fungine essenziale è la qualità del suolo: un suolo maturo e ben drenato già aiuta molto nella prevenzione. Questo si ottiene evitando il dissodamento del terreno, l’uso di mezzi pesanti ed il diserbo, non utilizzando pesticidi e altri prodotti di sintesi (rame compreso, se non altro in grandi quantità).

Una corretta fertilizzazione inoltre favorisce lo sviluppo di una buona linfa, che si traduce in tessuti vegetali sani e resistenti, meno vulnerabili allo sviluppo di malattie. Al contrario l’eccesso di azoto per esempio forza la crescita delle piante con tessuti meno resistenti. Da questo punto di vista di solito le concimazioni biodinamiche o naturali sono più bilanciate per la pianta (un articolo per approfondire: la corretta nutrizione delle piante in biodinamica). Anche le potature devono essere contenute ma riuscendo ad arieggiare la chioma delle piante. Ombreggiamento e umidità invece favoriranno lo sviluppo di malattie.

Infine un’ultima considerazione che spesso viene sottovalutata. Se le piante si ammalano forse non è la coltivazione adatta per quel luogo. È necessario rispettare la vocazione del territorio e coltivare quelle varietà e cultivar più adatti al clima e a quel terreno. Capisco che la vite sia redditizia ma la ricerca del guadagno ha già fatto molti danni in agricoltura.

Personalmente ritengo che questi accorgimenti possano essere sufficienti, ma non dovessero bastare esistono alcuni anticrittogamici naturali consigliati dall’agricoltura biodinamica come il bentotamnio ( polvere di varie rocce ), la propoli, il decotto di equiseto, oli essenziali di limone e pompelmo, bicarbonato di potassio. Non per ultimo l’utilizzo dei Microrganismi Effettivi, una combinazione di microbi del terreno che favoriscono i processi rigenerativi del terreno alimentando il ciclo dei nutrienti, favorendo la produzione di vitamine, ormoni ed enzimi.

Nelle coltivazioni dove i prodotti rameici sono usati in maniera massiva si possano diminuire progressivamente i dosaggi e il numero dei trattamenti se si attuano tutte quelle buone pratiche preventive che abbiamo visto. Si potranno in questo modo diminuire i trattamenti fino a quei due invernali, a bassi dosaggi che forse sono necessari per alcuni tipi di coltivazioni di grande rilevanza economica nelle nostre terre.

Articolo scritto da Giorgio Avanzo.

Ti è stato utile l’articolo? Lascia un commento.

Puoi raccontare la tua esperienza, lasciare un consiglio o fare una domanda.

Per restare in contatto puoi iscriverti alla newsletter o seguire la pagina facebook.

Scrivi un commento